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lunedì 7 novembre 2011

Il nostro ottobre. Viva la Rivoluzione!

“Dopo aver varcato l'arco di trionfo della Porta di Mosca, monumento colossale di pietra grigia, ornato di geroglifici d'oro, di enormi aquile imperiali e dei nomi degli zar, ci inoltrammo sulla larga strada diritta, bianca per la prima neve. Era ingombra di guardie rosse a piedi. Gli uni, cantando, si recavano sul fronte rivoluzionario; gli altri ne ritornavano, coperti di fango, il viso ferreo. La maggior parte sembravano dei ragazzi. Vi erano anche donne con delle vanghe; alcune avevano fucili e cartucce; altre portavano i bracciali della Croce Rossa; donne dei tuguri, curve e fiaccate dal lavoro. Gruppi di soldati, che non si curavano di andare al passo, scherzavano amichevolmente con le guardie rosse. Vi erano anche dei marinai dalla faccia severa, dei ragazzi che portavano da mangiare ai parenti e tutti sguazzavano nel fango biancastro, spesso parecchi centimetri, che ricopiava la strada. Oltrepassammo dell'artiglieria, che si dirigeva verso il sud con un gran rumore di ferraglia; dei camion si incrociavano, irti di uomini armati; delle ambulanze, cariche di feriti, tornavano dal campo di battaglia; vedemmo un carretto da contadino, che avanzava traballante e sul quale un giovanotto, ferito al ventre, si teneva piegato in due, pallido e gemente di dolore. Nei campi, dalle due parti della strada, donne e vecchi scavavano le trincee e disponevano i reticolati di filo di ferro spinato.”

“[…] Ritornai a Pietrogrado sul sedile anteriore di un autocarro, guidato da un operaio e carico di guardie rosse. Siccome non avevamo petrolio, le lanterne non erano accese. La strada era ostruita dall'esercito proletario che andava a riposarsi e dalle riserve che venivano a dargli il cambio. Camion enormi, colonne di artiglieria, carri, senza lanterne come noi, sorgevano nella notte. Filavamo nella notte, malgrado tutto, con una velocità indiavolata, gettandoci a destra ed a sinistra, sfuggendo a collisioni che sembravano inevitabili, urtando altre ruote, seguiti dalle ingiurie di pedoni.

All'orizzonte scintillavano le luci della capitale, incomparabilmente più bella di notte che di giorno, come una diga di pietre preziose che tagliasse la pianura nuda.Il vecchio operaio teneva il volante con una mano e con l'altra indicava, in un gesto allegro, la capitale che brillava lontano.

— Tu sei mia! — gridava, il viso tutto illuminato. — Tu sei mia adesso, mia Pietrogrado!””

da “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, del giornalista americano John Reed

domenica 9 ottobre 2011

Soviet e Sobornost, di Marco Costa




Riportiamo la recensione del libro ‘Soviet e Sobornost. Correnti spirituali nella Russia sovietica e postsovietica’, del nostro compagno Marco Costa ad opera di Eleonora Peruccacci su Eurasia.

[…] Come l’Ortodossia è uno dei fattori più importanti della storia della Russia, così anche i destini della Russia determinano il destino dell’Ortodossia russa”. Questa frase di A. Smeman, citata in ‘Soviet e Sobornost. Correnti spirituali nella Russia sovietica e postsovietica’, riassume perfettamente l’intera analisi riportata in questo saggio.
Il lavoro di Costa, lungi dal voler offrire una panoramica storiografica completa sulle varie epoche del periodo sovietico, tenta di fotografare alcuni momenti fondamentali per comprendere la continua riconfigurazione tra potere ortodosso e potere politico.

Assecondando quest’ottica, l’autore ha suddiviso il libro in 4 capitoli, corrispondenti a quattro momenti (o fotografie) nei quali la diarchia politico-spirituale del mondo russo si è articolata ai massimi livelli: gli ultimi anni dello zarismo; il nuovo stato bolscevico; il periodo staliniano, nonché la Russia moderna.
Il primo capitolo, ovvero quello che si concentra sugli ultimi periodi nei quali era ancora “viva” la Russia zarista, focalizza l’attenzione sui nascenti movimenti rivoluzionari (da quelli nichilisti ai social-rivoluzionari, ai bolscevichi). Ciò che emerge è un’interessante accostamento, per ricollegarsi agli intenti insurrezionali e moralizzatori della popolazione russa, fra la figura del missionario e quella del rivoluzionario fino quasi a far sovrapporre le stesse. La fotografia proposta al lettore da Costa viene a delinearsi sempre più nitidamente, paragrafo dopo paragrafo, grazie ai molteplici riferimenti a importanti intellettuali, dell’epoca nonché moderni: James Webb, Savinkov e Berdjaev (solo per citarne alcuni).
L’evidente peculiarità di questo libro risiede nel costante accostamento fra rievocazione storica e analisi filosofico-politica. Ed è proprio tale particolarità che risulta efficace, affinché il lettore si cali nella realtà delle epoche raccontateci e comprenda l’intrinseco e profondo rapporto che risiede fra ciò che appartiene alla sfera politica e ciò che gravita intorno a quella spirituale.
Costa cita, giustamente, la nascita del gruppo denominato Bogostroitelstvo (ovvero ‘I Costruttori di Dio’) quale passaggio fondamentale per la cementificazione fra socialismo e religione, così da far convivere sia le radici più tradizionali che la nuova avanguardia. In questa prima fase, dunque, il lettore riscontrerà una chiara volontà di reinterpretare il sentimento religioso popolare nell’ambito del partito bolscevico.
Il secondo e il terzo capitolo risultano i più interessanti del libro sia per la loro maggiore articolazione che per i numerosi illustri pensatori a cui si fa riferimento. La prima foto che l’autore immortala a favore del lettore è quella dell’epoca leninista e dell’azione pro ateismo post-rivoluzionario. Chi legge il libro si troverà davanti a una rielaborazione analitica nella quale la rivoluzione bolscevica non è contemplata come semplice rivoluzione politica, ma piuttosto come rivoluzione etica. Il bolscevismo, infatti, ci viene presentato come attraversato e permeato da una significativa corrente parareligiosa, che si palesava nelle metafore linguistiche come nelle icone propagandistiche. Il bolscevismo, dunque, si avvaleva di lessico, grammatica e liturgia mutuati dal simbolismo della mistica ortodossa. Così come ha osservato lo storico, citato proprio da Costa nel suo saggio, Steven Merrit Miner “malgrado decenni di risolute campagne ateistiche sovietiche, la fede religiosa, specialmente combinata con il nazionalismo, è rimasta una forza politica e sociale cruciale con tutta l’era sovietica”. Dopo il 1917, dunque, c’è stato un evidente tentativo di instaurare una nuova religione politica; ciò che dovrebbe colpire maggiormente chi legge è lo smascheramento di una mistificazione che vedeva il nuovo sistema bolscevico come nemico di qualsiasi forma di culto.

In effetti, nel 1918 il Soviet Supremo aveva stabilito la rigida separazione fra Stato e Chiesa: la professione religiosa non veniva, quindi, proibita ma solo ridotta a semplice scelta personale da esercitare nella sfera privata. La Chiesa ortodossa si vedeva costretta a rinunciare a qualsiasi privilegio, come l’esenzione dalle tasse. Il sistema leninista riteneva sì che la religione fosse una forma di oppressione spirituale, ma non per questo veniva imposta l’abolizione del culto. La propaganda dell’ateismo era intrinseca al nuovo sistema, non perché la religione fosse dannosa in sé, ma in quanto rappresentazione della forza cieca del capitale.

Costa continua lo svisceramento dell’epoca leninista accompagnando passo passo il lettore grazie a molteplici riferimenti, fra cui “L’abc del Comunismo” di Bucharin.
Come anticipato, anche il terzo capitolo è di grande interesse, poiché si focalizza sull’epoca della svolta ortodossa e patriottica di Josif Stalin. “Allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa dell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare i culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini”: così recitava l’articolo 124 della Costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del 1947. Costa fotografa per noi una realtà dove stalinismo e religione vanno di pari passo e si intersecano, dove patriottismo e ortodossia sono due facce di una stessa medaglia. La religione ortodossa sarebbe stata, dunque, il simbolo della tradizione delle popolazioni slave, un elemento unificatore. Ogni territorio di occupazione sovietica doveva necessariamente essere omologato dal punto di vista legislativo, e questo implicava anche il coinvolgimento del clero ortodosso (con conseguente controllo sugli istituti di formazione teologica). Il ruolo della religione, dunque, era non solo finalizzato alla riappropriazione dell’identità russa, ma anche al controllo politico sui territori.

L’analisi dell’autore porta, infine, il lettore a riflettere sull’era post-sovietica e offre degli interessanti spunti di discussione. Da Dughin a Limonov, passando per la rievocazione delle opere e del pensiero di Evola, Costa si addentra nell’interpretazione di un’era, quella moderna, che presenta numerosi pensatori nonché scuole di pensiero. La ‘fotografia’ immortala il periodo della perestrojka e della glasnost , ma va anche oltre, spingendosi fino agli anni Novanta inoltrati.


Sarebbero sin troppo numerose da elencare le testimonianze che riguardano la complicata fusione fra spiritualità e patriottismo nell’era comunista post-sovietica. Costa ci offre, dunque, un’ottima sintesi di base da cui partire per approfondire la conoscenza dell’argomento, nonché una buona quantità di riferimenti bibliografici a cui attingere generosamente.


Quest’opera non solo è interessante per l’aspetto innovativo dell’analisi che ci viene presentata, ma anche e soprattutto perché, nonostante sia una lettura breve e scorrevole, va a toccare corde fondamentali quali la re-interpretazione del rapporto fra Stato e religione, e arricchisce il lettore grazie a un punto di vista insolito ma efficace. 

domenica 11 settembre 2011

Discorso del Presidente Allende alla radio, 11 settembre 1973

La famosa scrittrice cilena, Isabel Allende, cugina del presidente Salvador Allende, commenta così le ultime parole che ha ascoltato per radio: 

la voce era calma e ferma, le sue parole così precise e profetiche che il su addio non sembrava l’estremo respiro di un uomo che era a un passo dalla morte, ma il degno saluto di chi entrava per sempre nella storia. Si compiva il suo destino.”




 7.55, Radio Corporaciòn

Parla il Presidente della Repubblica dal palazzo della Moneda.

"Viene segnalato da informazioni certe che un settore della marina avrebbe isolato Valparaiso e che la città sarebbe stata occupata. Ciò rappresenta una sollevazione contro il Governo, Governo legittimamente costituito, Governo sostenuto dalla legge e dalla volontà del cittadino. In queste circostanze, mi rivolgo a tutti i lavoratori. Occupate i vostri posti di lavoro, recatevi nelle vostre fabbriche, mantenete la calma e la serenità.

Fino ad ora a Santiago non ha avuto luogo nessun movimento straordinario di truppe e, secondo quanto mi è stato comunicato dal capo della Guarnigione, la situazione nelle caserme di Santiago sarebbe normale.

In ogni caso io sono qui, nel Palazzo del Governo, e ci resterò per difendere il Governo che rappresento per volontà del Popolo. Ciò che desidero, essenzialmente, è che i lavoratori stiano attenti, vigili, e che evitino provocazioni. Come prima tappa dobbiamo attendere la risposta, che spero sia positiva, dei soldati della Patria, che hanno giurato di difendere il regime costituito, espressione della volontà cittadina, e che terranno fede alla dottrina che diede prestigio al Cile, prestigio che continua a dargli la professionalità delle Forze Armate. In queste circostanze, nutro la certezza che i soldati sapranno tener fede ai loro obblighi."

Comunque, il popolo e i lavoratori, fondamentalmente, devono rimanere pronti alla mobilitazione, ma nei loro posti di lavoro, ascoltando l’appello e le istruzioni che potrà lanciare loro il compagno Presidente della Repubblica.

8:15 A.M.

Lavoratori del Cile:

Vi parla il Presidente della Repubblica. Le notizie che ci sono giunte fino ad ora ci rivelano l’esistenza di un’insurrezione della Marina nella Provincia di Valparaiso.
Ho dato ordine alle truppe dell’Esercito di dirigersi a Valparaiso per soffocare il tentativo golpista.
Devono aspettare le istruzioni emanate dalla Presidenza.
State sicuri che il Presidente rimarrà nel Palazzo della Moneta per difendere il Governo dei Lavoratori.
State certi che farò rispettare la volontà del popolo che mi ha affidato il comando della nazione fino al 4 novembre 1976.
Dovete rimanere vigili nei vostri posti di lavoro in attesa di mie informazioni.

Le forze leali rispettose del giuramento fatto alle autorità, insieme ai lavoratori organizzati, schiacceranno il golpe fascista che minaccia la Patria.

8:45 A.M.

Compagni in ascolto:

La situazione è critica, siamo in presenza di un colpo di Stato che vede coinvolta la maggioranza delle Forze Armate.

In questo momento infausto voglio ricordarvi alcune delle mie parole pronunciate nell’anno 1971, ve lo dico con calma, con assoluta tranquillità, io non ho la stoffa dell’apostolo né del messia.

Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato.

Ma stiano sicuri coloro che vogliono far regredire la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non essendo un martire, non retrocederò di un passo.
Che lo sappiano, che lo sentano, che se lo mettano in testa: lascerò la Moneda nel momento in cui porterò a termine il mandato che il popolo mi ha dato, difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il Governo perchè è il mandato che il popolo mi ha affidato.
Non ho alternative.

Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la volontà volta a portare a termine il programma del popolo.

Se mi assassinano, il popolo seguirà la sua strada, seguirà il suo cammino, con la differenza forse che le cose saranno molto più dure, molto più violente, perché il fatto che questa gente non si fermi davanti a nulla sarà una lezione oggettiva molto chiara per le masse.
Io avevo messo in conto questa possibilità, non la offro né la facilito.
Il processo sociale non scomparirà se scompare un dirigente.
Potrà ritardare, potrà prolungarsi, ma alla fine non potrà fermarsi.

Compagni, rimanete attenti alle informazioni nei vostri posti di lavoro, il compagno Presidente non abbandonerà il suo popolo né il suo posto di lavoro.

Rimarrò qui nella Moneda anche a costo della mia propria vita.

9:30 A.M. RADIO MAGALLANES

In questi momenti passano gli aerei.
Potrebbero mitragliarci.

Ma sappiate che noi siamo qui, almeno con il nostro esempio, che in questo paese ci sono uomini che sanno tener fede ai loro obblighi.

Io lo farò su mandato del popolo e su mandato cosciente di un Presidente che ha dignità dell’incarico assegnatogli dal popolo in elezioni libere e democratiche.
In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della Patria, mi appello a voi per dirvi di avere fede.
La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine.
Questa è una tappa che sarà superata.
Questo è un momento duro e difficile: è possibile che ci schiaccino.

Ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori.

L’umanità avanza verso la conquista di una vita migliore.

Pagherò con la vita la difesa dei principi cari a questa Patria.

Coloro i quali non hanno rispettato i loro impegni saranno coperti di vergogna per essere venuti meno alla parola data e ha rotto la dottrina delle Forze Armate.
Il popolo deve stare in allerta e vigile.
Non deve lasciarsi provocare, né deve lasciarsi massacrare, ma deve anche difendere le proprie conquiste.

Deve difendere il diritto a costruire con il proprio sforzo una vita degna e migliore.

9:10 A.M.

Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi.

La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes.

Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno.

Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l’ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell’Armata, oltre al signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri.

Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!

Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo.

E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente.
Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza.

La storia è nostra e la fanno i popoli.

Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece.



In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi.

Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini.

Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che difesero anche i vantaggi di una società capitalista.

Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che cantarono e si abbandonarono all’allegria e allo spirito di lotta.

Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l’obbligo di procedere.

Erano d’accordo.

La storia li giudicherà.

Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più.

Non importa.
Continuerete a sentirla.
Starò sempre insieme a voi.
Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi.

Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.

Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino.

Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi.

Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.

Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!

Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.

Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.

11 settembre 1973. 38 anni dopo.

di Federica Savino

L’11 settembre di trentotto anni fa un violento complotto imperialista spezzava nel sangue il sogno cileno, il sogno di poter far approdare il Cile al socialismo attraverso l’arma delle libere elezioni democratiche. Il paese latinoamericano approdò in un incubo di oppressione e di miseria, i sostenitori di Unidad Popular (la coalizione che aveva appoggiato la candidatura del socialista Salvador Allende alla presidenza del Cile nel 1970) furono catturati, torturati e non in rari casi uccisi; noto è il caso dello stadio nazionale di Santiago trasformato in un’orrenda prigione.
Il venticinque maggio scorso venne riesumata la salma del Presidente Salvador Allende, la cui morte è una dei 726 casi noti di violazione dei diritti umani, su cui si sta indagando, di cui si è macchiata la dittatura militare di Pinochet. Il diciannove luglio di quest’anno sono stati divulgati i referti dell’autopsia: Salvador Allende si uccise. Tale tesi fu da sempre sostenuta dalla famiglia Allende, anche se qualcuno ha sempre affermato che quell’uccisione fosse avvenuta per mano dei militari che stavano per bombardare la Moneda, quel martedì dell’undici settembre del 1973.

La verità pervenutaci trentotto anni dopo la morte del leader di Unidad Popular non cambia nulla!
Quella fu l’ultima scelta del Presidente cileno, scelta che non assolve i responsabili del golpe per aver agito negli interessi degli Stati Uniti e della borghesia cilena, per aver bombardato il Palazzo Presidenziale, per aver distrutto il sogno di Salvador nonché del suo popolo, per aver annientato un uomo che, insieme alla sua coalizione, avrebbero potuto incidere drasticamente nella storia e nell’economia cilena e mondiale.
Qualcuno è ancora convinto servitore della ormai palese falsità storica che quegli scioperi che paralizzarono il Paese tra il ‘71 e il ‘73, furono il sintomo di un mancato sostegno popolare, che l’approdo al socialismo tanto caldeggiato dal Presidente era un pericolo per l’incolumità economica del Paese. Unidad Popular sì era pericolosa, ma ancor più pericolosa era la percentuale di consenso nel paese che continuava a crescere. Tutto ciò risultava nocivo per la grande potenza statunitense, per il grande pilastro "democratico" e neoliberista che rappresentava. Gli interessi economici nel paese latinoamericano erano enormi; le multinazionali americane tenevano in pugno l’economia cilena, tutte le risorse minerarie erano in mano ai grandi trust americani che in nessun modo potevano permettersi di perdere il primato.
La lotta doveva essere sfrenata, Nixon affermò che bisognava far “urlare di terrore l’economia cilena”, ma nonostante i continui sanguinosi boicottaggi economici degli Usa, appoggiati ovviamente dalla borghesia cilena, dalla Democrazia Cristiana (furono stanziati 2,7 milioni di dollari dalla CIA nel 1964 per contrastare la prima candidatura di Allende, sostenendo il candidato della DC Frey) e dai partiti di destra ( nelle elezioni del 1970 il sostegno andò al candidato della destra Alessandri ), il popolo cileno non abbandonò mai il governo di Unidad Popular.
Le folle di studenti che in questi mesi si sono riversate per le strade di Santiago e di altre città del Cile gridando “cadrà, cadrà l’istruzione di Pinochet” appaiono come una meravigliosa rinascita del sogno di Salvador Allende. Un movimento studentesco che nasce dal basso e che in maniera democratica e pacifica protesta mirando le basi di un sistema economico capitalista che è stato imposta dalla dittatura di Pinochet.  A maggio trentamila persone hanno manifestato a favore di una scuola pubblica e gratuita ( il 25% del sistema scolastico è finanziato dallo Stato e oltre il 75% si regge sul contributo degli studenti, circa il 65% degli studenti più poveri non riesce a terminare il suo percorso di studi a causa di problemi economici), contemporaneamente migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città, contro il progetto HidroAysén, che prevede l'installazione di cinque mega centrali idroelettriche in Patagonia. La reazione e le proteste in difesa dell’ambiente sono state immediate, contrastando il gigantesco affare della multinazionale Endesa-Enel, associata al gruppo cileno Colbún. Precedentemente importanti movimenti regionali, come a Magallanes, protestavano contro gli aumenti del gas e a Calama per ottenere benefici reali dalla produzione di rame nella zona, così come le rivendicazioni di riavere la propria terra attraverso gli scioperi della fame da parte dei Mapuche.
Il progetto politico di Unidad Popular era assai ambizioso e non avrebbe potuto non scontrarsi con gli abnormi interessi economici della multinazionali e dei latifondisti. La legge di abolizione del latifondo fu approvato l’11 luglio del 1971. La suddivisione degli ettari fu controllata dalle organizzazione dei contadini che  favorirono l’occupazione da parte degli indiani Mapuche di quaranta mila ettari di terreno, terre che i latifondisti avevano usurpato ai nativi.
Tale legge fu preceduta dalla nazionalizzazione dei giacimenti minerari, nonostante le opposizioni parlamentari e degli Stati Uniti che provocarono la caduto del prezzo del rame sul mercato mondiale.
Il programma governativo ricomprendeva oltre alla nazionalizzazione delle grandi miniere di rame, iodio, ferro e carbone, anche quella del sistema finanziario, in particolare le banche private e le assicurazioni, del commercio estero, della grandi imprese e dei monopoli di distribuzione, dei monopoli industriali strategici, in generale di tutte le attività che condizionano lo sviluppo economico e sociale del paese, come la distribuzione e la produzione di energia elettrica, i trasporti ferroviari, aree marittime, le comunicazioni, la produzione, la raffinazione e la distribuzione del petrolio e dei suoi derivati.
Questi brevi riferimenti storici vogliono essere la prova che il malcontento, la mancanza di diritti, le disuguaglianze, la povertà che opprimono il Cile di oggi sono gli stessi che soffocavano il paese che Salvador Allende si era ritrovato a governare, con la differenza che l’obbiettivo del governo popolare, cioè quello di approdare attraverso un piano di riforme al socialismo, aveva le soluzioni per risolvere le controversie sociali ed economiche.

sabato 13 agosto 2011

Por Fidel Y la Revolucion!

L’attacco alla Moncada ci ha insegnato a trasformare le sconfitte in vittorie. Non fu l’unica amara prova delle avversità, ma nessuna riuscì a contenere la lotta vittoriosa del nostro popolo. Trincee di idee furono più potenti delle trincee di pietra.”
Fidel Castro, 26 luglio 1973
Fideltà 
di Enrico Guerrieri

Dal 16 al 19 aprile si è tenuto a L’Havana il VI Congresso del Partito Comunista di Cuba, fatto idealmente coincidere con la Proclamazione del carattere Socialista della Rivoluzione e con le celebrazioni dei 50 anni dalla Vittoria di Playa Girón. Si è trattato di un Congresso fondamentale per il futuro del Paese, stretto tra la perdurante crisi economica mondiale e la continua aggressione da parte del potente vicino, gli Stati Uniti d’America.
Gli squilibri globali e la conseguente instabilità delle valute hanno comportato un forte calo delle esportazioni da Cuba ed un aumento dei prezzi delle merci importate, a loro volta in diminuzione. Ciò ha causato un arresto della crescita del Pil, che solo nel 2006 si attestava attorno al 12%, crollato a livelli decisamente bassi: dal 2009 ad oggi infatti il tasso di crescita è solamente del 1,5%, che per molti paesi capitalisti della vecchia Europa rappresenterebbe al contrario un grande risultato. Proprio per superare questa situazione che ha origine dalla più profonda crisi che il sistema capitalista abbia mai affrontato ( e che stanno pagando a carissimo prezzo tutti i lavoratori, gli studenti, i pensionati e i disoccupati ), Cuba ha dovuto mettere in atto un processo di critica e autocritica molto duro ma onesto: lo stimolo all’economia socialista, in questo determinato momento, non poteva più provenire dall’interno ma dall’afflusso di capitali esteri, esattamente come accade nella maggior parte degli altri stati socialisti ( Cina e Vietnam in primis ) e come fu costretto a fare il primo paese socialista della storia, l’URSS nel 1924. Tutto ciò per poter aumentare la competitività interna, accresce il dinamismo del sistema e creare nuovi posti di lavoro, nonostante il tasso di disoccupazione sia in realtà bassissimo. Ma è chiaro come a Cuba, anche una percentuale così bassa (stiamo infatti parlando di un tasso di disoccupazione che si attesta attorno al 2%) non possa considerarsi un successo e come gli sforzi del governo si concentrino anche in questa direzione.
Secondo la maggior parte dei giornalisti, degli economisti, degli opinionisti occidentali, il destino di Cuba sarebbe ineluttabilmente scritto. Cos’altro possono rappresentare le recenti aperture di Raul Castro e del PCC al mercato? Altro non sarebbero che la continuazione politica della direzione intrapresa all’inizio del “periodo especial” nel 1990: tagli alla spesa pubblica, un minor ruolo dello stato nell’economia, maggiore libertà di iniziativa economica e apertura ai capitali provenienti dall’estero. Il modello di “sviluppo” capitalistico, introdotto sull’isola dall’enorme afflusso di turisti, rappresenterebbe uno stimolo inarrestabile soprattutto per le giovani generazioni attratte dal consumismo e dalle “libertà” occidentali.
L’originalità non è decisamente il punto di forza di costoro: dal 1959 infatti, Cuba e la sua Rivoluzione sarebbero già dovuti crollare sotto il peso della dittatura e della povertà. Il primo di questi “profeti” fu proprio l’uomo degli Stati Uniti a Cuba, il dittatore Fulgencio Batista:
“Fidel Castro rimarrà al potere al massimo per un anno.”
Fidel compie oggi 85 anni, la maggior parte dei quali spesi per Cuba e il suo popolo. Uno dei più carismatici e intelligenti uomini politici che la storia moderna ci abbia consegnato: insieme a rivoluzionari del calibro e della grandezza di Guevara e Cienfeguos ha aiutato la sua gente a liberarsi dal giogo imperialista. Ha difeso la nascente nazione cubana dagli attacchi militari ed economici di chi vedeva un pericolo costante, una minaccia mondiale, nella voglia di autodeterminazione e indipendenza di questa isola caraibica. Alfiere delle libertà delle popolazioni oppresse dell’America latina così come di quelle africane e asiatiche, stritolate dal capitalismo assassino, e sostenitore di ogni movimento rivoluzionario. Così ne parla Nelson Mandela:
"Fidel Castro è uno dei miei migliori amici. Sono orgoglioso di essere tra coloro che sostengono il diritto dei cubani di scegliere il proprio destino. [..]      I cubani ci ha dato le risorse finanziare e la formazione per combattere e vincere. Io sono una persona leale e mai dimenticherò che nei momenti più bui del nostro paese nella lotta contro l'apartheid, Fidel Castro è stato dalla nostra parte. "
Leader Maximo di un piccolo Stato, fondato sul Poder popular, sulla democrazia partecipativa di tutti i cittadini a prescindere da sesso,razza,religione,censo o appartenenza politica. In cui la sanità e l’istruzione non sono privilegio di pochi, ma diritto di tutti: ovviamente gratuite e con elevatissimi livelli di qualità, riconosciuti in tutto il mondo. Leader di un Paese in cui i problemi non mancano, senza dubbio, ma dove il processo rivoluzionario ha insegnato ad affrontarli con coraggio e onestà. Rivolto agli studenti disse:
“ Essi (gli Stati Uniti,ndr) non potranno mai distruggerci. Ma questo Paese si può auto-distruggere..noi possiamo distruggere noi stessi, e sarebbe soltanto colpa nostra.”
Militante del Partito Comunista Cubano e soldato delle idee, come si ama definire, continua con la sua penna e la sua intelligenza a mettere a nudo le ipocrisie e le barbarie del sistema capitalista, nella durissima e continua battaglia delle idee. Battaglia dalla quale il compagno Fidel non si è mai ritirato, nemmeno nei momenti più difficili. Come diceva Bouteflika, Fidel viaggia verso il futuro, torna indietro e ce lo spiega.
“E’ davvero sorprendente che sistema di merda sia il capitalismo, che non può garantire al suo stesso popolo un posto di lavoro, non può garantire la salute, l'istruzione adeguata, che non può evitare di rovinare i giovani con la droga, con il gioco e con i vizi di ogni genere. "
Viva Fidel!
Viva la Revolucion cubana!
Hasta la Victoria! Siempre!