lunedì 7 novembre 2011

Il nostro ottobre. Viva la Rivoluzione!

“Dopo aver varcato l'arco di trionfo della Porta di Mosca, monumento colossale di pietra grigia, ornato di geroglifici d'oro, di enormi aquile imperiali e dei nomi degli zar, ci inoltrammo sulla larga strada diritta, bianca per la prima neve. Era ingombra di guardie rosse a piedi. Gli uni, cantando, si recavano sul fronte rivoluzionario; gli altri ne ritornavano, coperti di fango, il viso ferreo. La maggior parte sembravano dei ragazzi. Vi erano anche donne con delle vanghe; alcune avevano fucili e cartucce; altre portavano i bracciali della Croce Rossa; donne dei tuguri, curve e fiaccate dal lavoro. Gruppi di soldati, che non si curavano di andare al passo, scherzavano amichevolmente con le guardie rosse. Vi erano anche dei marinai dalla faccia severa, dei ragazzi che portavano da mangiare ai parenti e tutti sguazzavano nel fango biancastro, spesso parecchi centimetri, che ricopiava la strada. Oltrepassammo dell'artiglieria, che si dirigeva verso il sud con un gran rumore di ferraglia; dei camion si incrociavano, irti di uomini armati; delle ambulanze, cariche di feriti, tornavano dal campo di battaglia; vedemmo un carretto da contadino, che avanzava traballante e sul quale un giovanotto, ferito al ventre, si teneva piegato in due, pallido e gemente di dolore. Nei campi, dalle due parti della strada, donne e vecchi scavavano le trincee e disponevano i reticolati di filo di ferro spinato.”

“[…] Ritornai a Pietrogrado sul sedile anteriore di un autocarro, guidato da un operaio e carico di guardie rosse. Siccome non avevamo petrolio, le lanterne non erano accese. La strada era ostruita dall'esercito proletario che andava a riposarsi e dalle riserve che venivano a dargli il cambio. Camion enormi, colonne di artiglieria, carri, senza lanterne come noi, sorgevano nella notte. Filavamo nella notte, malgrado tutto, con una velocità indiavolata, gettandoci a destra ed a sinistra, sfuggendo a collisioni che sembravano inevitabili, urtando altre ruote, seguiti dalle ingiurie di pedoni.

All'orizzonte scintillavano le luci della capitale, incomparabilmente più bella di notte che di giorno, come una diga di pietre preziose che tagliasse la pianura nuda.Il vecchio operaio teneva il volante con una mano e con l'altra indicava, in un gesto allegro, la capitale che brillava lontano.

— Tu sei mia! — gridava, il viso tutto illuminato. — Tu sei mia adesso, mia Pietrogrado!””

da “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, del giornalista americano John Reed

venerdì 4 novembre 2011

Solidarietà alle studentesse e agli studenti romani

 

                                          

 

IN PIAZZA CONTRO IL DIVIETO DI MANIFESTARE

Oggi [giovedì 3 novembre] a Roma gli studenti medi sono scesi in piazza contro il divieto di manifestare imposto dal sindaco Gianni Alemanno. Già dalle ore 8, oltre ai cortei che iniziavano a radunarsi davanti ai rispettivi istituti, le camionette delle forze dell’ordine presidiavano l’uscita delle scuole con l’intento di schedare gli studenti e le studentesse che si radunavano per il corteo anti-divieto. Gli studenti in risposta dichiarano “In diversi istituti la Polizia è entrata a controllare le assenze: una forma da regime totalitario, inaccettabile”. Per nulla intimoriti dalle logiche di controllo, i cortei si sono comunque incamminati per radunarsi tutti alla stazione Tiburtina, dove centinaia di studenti volevano manifestare il proprio dissenso; ad aspettarli alla stazione erano già presenti Polizia e Carabinieri in anti-sommossa per fermare il corteo autorganizzato. Pronti a partire, gli studenti, disarmati e a volto scoperto, vengono però caricati dalle forze dell’ordine ripetutamente, con unica motivazione portata da un urlo “Oggi NO!” di un poliziotto. Accerchiati dalla Polizia, l’unico modo di uscire dalla piazza è in fila indiana, schedati dalla Digos, oppure rimanere ad oltranza sequestrati dalle forze dell’ordine. Gli studenti indicono quindi un assemblea aperta a tutti e tutte,  per parlare di quanto successo, dei dieci fermati e di uno studente ferito, del fatto che la risposta da parte del sindaco e del Ministro dell’Interno Maroni ai problemi portati dai giovani sia sempre la repressione.

Allora anche noi, a Reggio Emilia, urliamo la nostra solidarietà alle studentesse e agli studenti romani; urliamo contro le logiche securitarie imposte dal Governo, urliamo contro al fatto che davanti a domande e riappropriazione di diritti la risposta sia sempre l’indifferenza ai problemi o il pestaggio da parte della Polizia. Contro queste logiche, contro un sistema al collasso, contro la crisi che continua ad avanzare e a prevaricarci, sull’onda di un movimento globale, da #occupywallstreet alle lotte studentesche cilene e dagli acampados spagnoli ad #occupyTrieste che propongono e costruiscono alternativa, rilanciamo il 17 NOVEMBRE: GIORNATA MONDIALE DELLO STUDENTE come giornata di costruzione di alternativa reale, di protesta contro quell’1% che su questa crisi ci guadagna. Una giornata nella quale, come oggi a Roma, VOGLIAMO RISPOSTE che non siano la perenne invisibilità o il pestaggio della Polizia e che, in un modo o nell’altro, dovranno saltare fuori.

                           STUDENTI IN MOVIMENTO REGGIO EMILIA, FRONTE GC REGGIO EMILIA

             E tutte e tutti quelli contro le logiche di repressione, UNITI PER UN'ALTERNATIVA REALE

giovedì 3 novembre 2011

ACT. La crisi e alcune soluzioni

Il Fronte dei Giovani Comunisti è sceso in piazza a fianco degli studenti medi, condividendo le loro rivendicazioni e partecipando all’organizzazione della manifestazione. Quello che chiediamo per ora è soltanto il buon senso dell’azienda dei trasporti: usufruiamo di un servizio che paghiamo a caro prezzo ma che risulta essere inefficiente.
Vogliamo portare il nostro contributo modellando il servizio mattutino sui nostri reali bisogni. Siamo disposti a pagare il giusto per un servizio efficiente.
Il prezzo giusto è quello che tiene in considerazione il reddito di ognuno, e ad esso va adattato: chi più ha più paghi.
Sono misure minime per affrontare la crisi che il sistema capitalista ha prodotto e di cui subiamo quotidianamente, anche nel nostro piccolo, gli effetti.
Non ci stancheremo mai di denunciare l’insostenibilità del capitalismo per i destini dell’umanità e del pianeta stesso. Le sue crisi cicliche, sempre più distruttive, non le vogliamo subire ne pagare!
Voi la crisi, Noi la soluzione!
  • stop alle missioni militari all’estero,rispetto della Costituzione ( solo i primi 7 giorni di guerra in Libia ci sono costati 12 milioni di euro!! )
  •  cancellazione di grandi opere inutili e costose come la Tav in Val di Susa e il Ponte sullo Stretto
  •  tassa sui grandi patrimoni e aumento della tassazione sulle transazioni finanziarie
+ soldi alla scuola pubblica, all’Università, alla ricerca
+ fondi allo stato sociale: sanità,trasporti,pensioni e cultura!
 
Respingiamo l’attacco agli studenti e ai lavoratori!
Uniti siamo tutto, divisi siamo niente!

martedì 25 ottobre 2011

Il ruolo genocida della NATO

di Fidel Castro
Questa  brutale alleanza militare si è trasformata  nel più perfido strumento di repressione che la storia dell’umanità ha mai conosciuto.
La NATO ha assunto questo ruolo repressivo tanto rapidamente quanto la URSS, che era servita agli Stati Uniti come pretesto per crearla, ha smesso d’esistere.
Il suo criminale proposito divenne evidente in Serbia, un paese d’origine slava, il cui popolo lottò molto eroicamente contro le truppe naziste nella Seconda Guerra Mondiale.
Quando nel marzo del 1999 i paesi di questa nefasta organizzazione, nei loro sforzi per disintegrare  la Yugoslavia dopo la morte di Josip Broz Tito, inviarono le loro truppe in appoggio ai secessionisti del Kossovo incontrarono una forte resistenza in quella nazione le cui sperimentate forze erano intatte.
L’amministrazione  yankee, con i consigli del Governo di destra spagnolo di José María Aznar, attaccò l’emittente televisiva della Serbia, i ponti sul fiume Danubio e Belgrado, la capitale di questo paese. L’ambasciata della Repubblica Popolare della Cina fu distrutta dalle bombe yankee, vari funzionari morirono, e non ci potevano essere errori possibili, dichiararono gli autori.
Numerosi patrioti serbi persero la vita. Il presidente Slobodan Miloševiс, schiacciato dal potere degli aggressori e dalla scomparsa della  URSS, cedette alle esigenze Della NATO e ammise la presenza delle truppe di questa alleanza nel Kossovo con un mandato Della ONU e questo finalmente portò alla sua sconfitta politica e al suo successivo giudizio in tribunali per niente imparziali a L’Aia. È morto stranamente in prigione.
Se il leader della Serbia avesse resistito alcuni giorni ancora, la NATO sarebbe entrata in una grave crisi che era al punto di scoppiare. L’impero dispose così di molto più tempo per imporre la sua egemonia tra i sempre più subordinati membri di questa organizzazione.
Tra il 21 febbraio e il 27 aprile di quest’anno, ho pubblicato nel sito web CubaDebate nove Riflessioni sul tema, nelle quali ho ampliamente analizzato il ruolo della NATO in Libia e quello che secondo me sarebbe successo.
Per questo mi vedo obbligato ad una sintesi delle idee essenziali che ho esposto e dei fatti che sono avvenuto così come erano stati previsti, adesso che il personaggio centrale di questa storia, Muammar Al-Gaddafi, è stato ferito gravemente dai più moderni  cacciabombardieri della NATO, che hanno intercettato e reso inutile il suo veicolo, lo hanno catturato vivo e assassinato per mano degli uomini che questa organizzazione militare ha armato.
Il suo cadavere è stato sequestrato ed esibito come un trofeo di guerra, una condotta che viola i più elementari principi delle norme musulmane e di altri credo religiosi che prevalgono nel mondo.
Si annuncia che molto presto la Libia sarà dichiarata “Stato democratico e difensore dei diritti umani”.
fonte:granma.cu

mercoledì 19 ottobre 2011

Il Fronte consiglia..

Particolare di un manifesto del PCI
"La cultura [..] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, e conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, 
la propria funzione nella vita,
 i propri diritti, i propri doveri."
Antonio Gramsci, Socialismo e culturaIl Grido del popolo

"Il PCI nella storia d'Italia"
a Bologna fino al 23 ottobre, ( per info )
"Realismi socialisti. 
Grande pittura sovietica 1920 - 1970"
a Roma fino all'8 gennaio, ( per info ) 



domenica 9 ottobre 2011

Soviet e Sobornost, di Marco Costa




Riportiamo la recensione del libro ‘Soviet e Sobornost. Correnti spirituali nella Russia sovietica e postsovietica’, del nostro compagno Marco Costa ad opera di Eleonora Peruccacci su Eurasia.

[…] Come l’Ortodossia è uno dei fattori più importanti della storia della Russia, così anche i destini della Russia determinano il destino dell’Ortodossia russa”. Questa frase di A. Smeman, citata in ‘Soviet e Sobornost. Correnti spirituali nella Russia sovietica e postsovietica’, riassume perfettamente l’intera analisi riportata in questo saggio.
Il lavoro di Costa, lungi dal voler offrire una panoramica storiografica completa sulle varie epoche del periodo sovietico, tenta di fotografare alcuni momenti fondamentali per comprendere la continua riconfigurazione tra potere ortodosso e potere politico.

Assecondando quest’ottica, l’autore ha suddiviso il libro in 4 capitoli, corrispondenti a quattro momenti (o fotografie) nei quali la diarchia politico-spirituale del mondo russo si è articolata ai massimi livelli: gli ultimi anni dello zarismo; il nuovo stato bolscevico; il periodo staliniano, nonché la Russia moderna.
Il primo capitolo, ovvero quello che si concentra sugli ultimi periodi nei quali era ancora “viva” la Russia zarista, focalizza l’attenzione sui nascenti movimenti rivoluzionari (da quelli nichilisti ai social-rivoluzionari, ai bolscevichi). Ciò che emerge è un’interessante accostamento, per ricollegarsi agli intenti insurrezionali e moralizzatori della popolazione russa, fra la figura del missionario e quella del rivoluzionario fino quasi a far sovrapporre le stesse. La fotografia proposta al lettore da Costa viene a delinearsi sempre più nitidamente, paragrafo dopo paragrafo, grazie ai molteplici riferimenti a importanti intellettuali, dell’epoca nonché moderni: James Webb, Savinkov e Berdjaev (solo per citarne alcuni).
L’evidente peculiarità di questo libro risiede nel costante accostamento fra rievocazione storica e analisi filosofico-politica. Ed è proprio tale particolarità che risulta efficace, affinché il lettore si cali nella realtà delle epoche raccontateci e comprenda l’intrinseco e profondo rapporto che risiede fra ciò che appartiene alla sfera politica e ciò che gravita intorno a quella spirituale.
Costa cita, giustamente, la nascita del gruppo denominato Bogostroitelstvo (ovvero ‘I Costruttori di Dio’) quale passaggio fondamentale per la cementificazione fra socialismo e religione, così da far convivere sia le radici più tradizionali che la nuova avanguardia. In questa prima fase, dunque, il lettore riscontrerà una chiara volontà di reinterpretare il sentimento religioso popolare nell’ambito del partito bolscevico.
Il secondo e il terzo capitolo risultano i più interessanti del libro sia per la loro maggiore articolazione che per i numerosi illustri pensatori a cui si fa riferimento. La prima foto che l’autore immortala a favore del lettore è quella dell’epoca leninista e dell’azione pro ateismo post-rivoluzionario. Chi legge il libro si troverà davanti a una rielaborazione analitica nella quale la rivoluzione bolscevica non è contemplata come semplice rivoluzione politica, ma piuttosto come rivoluzione etica. Il bolscevismo, infatti, ci viene presentato come attraversato e permeato da una significativa corrente parareligiosa, che si palesava nelle metafore linguistiche come nelle icone propagandistiche. Il bolscevismo, dunque, si avvaleva di lessico, grammatica e liturgia mutuati dal simbolismo della mistica ortodossa. Così come ha osservato lo storico, citato proprio da Costa nel suo saggio, Steven Merrit Miner “malgrado decenni di risolute campagne ateistiche sovietiche, la fede religiosa, specialmente combinata con il nazionalismo, è rimasta una forza politica e sociale cruciale con tutta l’era sovietica”. Dopo il 1917, dunque, c’è stato un evidente tentativo di instaurare una nuova religione politica; ciò che dovrebbe colpire maggiormente chi legge è lo smascheramento di una mistificazione che vedeva il nuovo sistema bolscevico come nemico di qualsiasi forma di culto.

In effetti, nel 1918 il Soviet Supremo aveva stabilito la rigida separazione fra Stato e Chiesa: la professione religiosa non veniva, quindi, proibita ma solo ridotta a semplice scelta personale da esercitare nella sfera privata. La Chiesa ortodossa si vedeva costretta a rinunciare a qualsiasi privilegio, come l’esenzione dalle tasse. Il sistema leninista riteneva sì che la religione fosse una forma di oppressione spirituale, ma non per questo veniva imposta l’abolizione del culto. La propaganda dell’ateismo era intrinseca al nuovo sistema, non perché la religione fosse dannosa in sé, ma in quanto rappresentazione della forza cieca del capitale.

Costa continua lo svisceramento dell’epoca leninista accompagnando passo passo il lettore grazie a molteplici riferimenti, fra cui “L’abc del Comunismo” di Bucharin.
Come anticipato, anche il terzo capitolo è di grande interesse, poiché si focalizza sull’epoca della svolta ortodossa e patriottica di Josif Stalin. “Allo scopo di assicurare ai cittadini la libertà di coscienza, la Chiesa dell’URSS è separata dallo Stato e la scuola dalla Chiesa. La libertà di praticare i culti religiosi e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute a tutti i cittadini”: così recitava l’articolo 124 della Costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del 1947. Costa fotografa per noi una realtà dove stalinismo e religione vanno di pari passo e si intersecano, dove patriottismo e ortodossia sono due facce di una stessa medaglia. La religione ortodossa sarebbe stata, dunque, il simbolo della tradizione delle popolazioni slave, un elemento unificatore. Ogni territorio di occupazione sovietica doveva necessariamente essere omologato dal punto di vista legislativo, e questo implicava anche il coinvolgimento del clero ortodosso (con conseguente controllo sugli istituti di formazione teologica). Il ruolo della religione, dunque, era non solo finalizzato alla riappropriazione dell’identità russa, ma anche al controllo politico sui territori.

L’analisi dell’autore porta, infine, il lettore a riflettere sull’era post-sovietica e offre degli interessanti spunti di discussione. Da Dughin a Limonov, passando per la rievocazione delle opere e del pensiero di Evola, Costa si addentra nell’interpretazione di un’era, quella moderna, che presenta numerosi pensatori nonché scuole di pensiero. La ‘fotografia’ immortala il periodo della perestrojka e della glasnost , ma va anche oltre, spingendosi fino agli anni Novanta inoltrati.


Sarebbero sin troppo numerose da elencare le testimonianze che riguardano la complicata fusione fra spiritualità e patriottismo nell’era comunista post-sovietica. Costa ci offre, dunque, un’ottima sintesi di base da cui partire per approfondire la conoscenza dell’argomento, nonché una buona quantità di riferimenti bibliografici a cui attingere generosamente.


Quest’opera non solo è interessante per l’aspetto innovativo dell’analisi che ci viene presentata, ma anche e soprattutto perché, nonostante sia una lettura breve e scorrevole, va a toccare corde fondamentali quali la re-interpretazione del rapporto fra Stato e religione, e arricchisce il lettore grazie a un punto di vista insolito ma efficace. 

giovedì 29 settembre 2011

Ricordando Mauro

«Noi non vogliamo trovare un posto in questa società , ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto.»

di Federica Savino

Baluardo della libera informazione, protagonista delle lotte studentesche del ’68, tra i fondatori nell’autunno del ’69 del movimento Lotta Continua, ideatore a Milano del primo centro sociale il Macondo. Tra il 71 e il 74 si recò diverse volte in Sicilia, dove insieme al compagno Peppino Impastato organizzava i disoccupati e i senza tetto di Palermo.
Torinese di nascita ma siciliano per scelta; dopo un’esperienza in India nella comunità degli “arancioni” di Osho Mauro Rostagno si trasferisce a Trapani dove nel 1981 fonda il centro Saman, un luogo di aggregazione che presto diverrà un centro di accoglienza e di recupero dei tossicodipendenti. È qui che gestisce un programma giornalistico di denuncia nell’emittente televisiva trapanese RTC. Quello che Peppino Impastato faceva dietro ai microfoni di Radio Aut, Mauro Rostagno lo faceva dietro lo schermo della televisione; denunciare le aspre contraddizioni che lacerano il nostro paese, una dura lotta contro la mafia che violenta la penisola.
Proprio tornando a casa da una sua trasmissioni il 26 settembre del 1988 il giornalista fu ucciso. La prima a soccorrerlo fu sua moglie Chicca, sulla quale cadde poi l’accusa di omicidio. I mandanti dell’omicidio furono ricercati anche tra le file dei compagni di Lotta Continua.
A febbraio di quest’anno, ventitre anni dopo, in aula il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il sostituto procuratore Gaetano Paci accusano Vincenzo Virra, capo mafia di Trapani, e il killer della cosca Vito Mazzara dell’omicidio di Mauro Rostagno. «Rostagno – dice il pm Paci – è stato ucciso dalla mafia perché faceva paura come giornalista, a Trapani come dimostrato in altre sentenze c’era insediato un sistema di potere che aveva paura che Rostagno diventasse specchio di quella realtà criminale, che la raccontasse con fin troppa dovizia di particolari in tv».
Uccidere per impedire ad un uomo coraggioso di far emergere la verità, di risvegliare le coscienze attraverso uno sguardo critico alla società italiana. Mauro Rostagno, Peppino Impastato, Giancarlo Siani, sono solo alcune delle vittime della mafia, uccisi per impedirgli di raccontare la verità.
Salutiamo Mauro e insieme a lui vogliamo ricordare tutti quegli uomini e quelle donne che hanno lottato per creare una società in cui valga la pena trovare un posto.